Pubblicato il 20 Marzo 2026
Quando in Iran brillava la stella di Avicenna, principe della Medicina
di Melissa Pignatelli

“Nel nome di Dio e gloria a Lui: al suo messaggero la preghiera e la salvezza” così inizia il Canone della Medicina un testo fondamentale per la medicina scritto da Avicenna, meglio noto in Medio Oriente come Alì Sina. Nato nel 980 nei pressi di Bukhara, importante città carovaniera dell’Asia centrale e capitale dell’impero persiano dei Samanidi, Avicenna fu uno dei più grandi scienziati della storia che riunì un sapere enciclopedico e multidisciplinare spaziando dalla medicina alla filosofia, dalla religione all’astronomia. Con Avicenna, la medicina venne sistematizzata e fondata su principi razionali e non più sull’interpretazione magico-religiosa dei fenomeni. Avicenna fondò così una tradizione medica basata sull’interpretazione degli “umori”, o qualità dei corpi, che ad oggi perdura, anche affiancando altri approcci medici, in paesi come l’Iran. L’approccio avicenniano verrà a sua volta superato quando più tardi nella storia della medicina si consolidarono il metodo sperimentale, l’osservazione empirica di Bacon e il metodo razionale di Cartesio.
Nel Canone della Medicina, Avicenna aveva riunito tutto il sapere medico del suo tempo giunto dalla Cina (medicina cinese), dall’India (medicina ayurvedica), dalla Grecia (Galeno e Ippocrate), includendo tecniche e riflessioni sulla concezione salute/malattia che mantengono una certa forza e una certa influenza fino ai nostri giorni. In particolare, la principale differenza del suo approccio che continua ad avere una certa influenza, risiede proprio nella concezione della malattia. Nella medicina avicenniana la malattia è un’eccezione da prevenire attraverso pratiche quotidiane, come l’assunzione di cibi giusti per sé mentre l’approccio occidentale contrasta la malattia solo nel momento in cui compaiono sintomi nel corpo. Nella Cina antica in particolare, i medici dell’Imperatore mantenevano la sua salute e venivano pagati per questo; il loro compenso era sospeso se sopraggiungeva la malattia.

Andrea Alpago. Affesco di G. Denim (XIX secolo) nella sala del Municipio di Belluno in Il Canone di Avicenna fra Europa e Oriente nel primo Cinquecento. L’interpretazio Arabicorum nominum di Andrea Alpago, a cura di Giorgio Vercellin, UTET, 1991
Avicenna era impegnato in prima persona nella pratica medica, caratterizzandosi per una memoria prodigiosa intrecciata ad una grande libertà di pensiero. Così, a diciotto anni era già il medico più conosciuto della Persia. Sfruttò le ricchezze dei regnanti per avere accesso alle loro biblioteche e per continuare a studiare ed espandere il suo sapere e il suo nome riecheggiava tanto nei palazzi quanto nei borghi periferici. Fu proprio tra questi due estremi che Avicenna, “il principe della Medicina” come lo soprannominarono, viaggiò per tutta la sua vita curando i malati e assistendo gli indigenti, nel nome della carità islamica.
Le sue qualità, unite a una straordinaria capacità lavorativa, gli permisero di comporre opere fondamentali per la storia della cultura: George Anawati ne suddivide la produzione che comprende 276 titoli inclusi gli scritti incerti e apocrifi, secondo i seguenti settori: filosofia generale, logica, linguistica, poesia, fisica, psicologia, medicina, chimica, matematica, musica astronomia, metafisica, esegesi del Corano, mistica, morale, economia domestica, politica, profezia, epistolografia e varia.
Ma il ruolo decisivo di Avicenna nella storia della cultura non risiede solo nella quantità delle sue opere: ben più cruciale è stato il suo collocarsi come uno dei punti culminanti della rielaborazione del sapere greco da parte del mondo musulmano e – di conseguenza – come strumento della successiva trasmissione della scienza al mondo cristiano medioevale.
Infatti, è stata proprio la traduzione in latino dei pensatori e degli scienziati musulmani a dare avvio alla rinascita dell’Europa meridionale dopo il periodo di stasi seguito al crollo dell’impero romano e delle invasioni barbariche. Quest’attività intellettuale, sviluppatasi nella Sicilia normanna e soprattutto nella Spagna, con Cordoba e Granada come fari del sapere dove convissero fino al XV secolo Musulmani, Cristiani e Ebrei, non solo permise ai dotti di riscoprire le fonti greche, ma li mise soprattutto in contatto con le rielaborazioni dei loro corrispettivi islamici.
E non si trattò da parte degli scienziati musulmani, di una pura e semplice trasmissione passiva del sapere, come nel caso di Averroè che rivalutò l’opera quasi dimenticata di Aristotele contro le idee platoniche di Avicenna e Al Ghazali: attraverso traduzioni, rielaborazioni originali e una componente critica, il sapere greco trovò una nuova diffusione in tutte le università d’Europa. Ma questa del medioevo illuminato è un’altra storia.
Melissa Pignatelli
Immagine: Masjed-Imam sulla piazza Naqsh-e-Jahan di Esfahan (lievemente danneggiata negli ultimi attacchi sulla città)
Frontespizio dell’edizione giuntina nel 1608 del Canone di Avicenna (p.12), in fonte seguente:
Fonte citata: Il Canone di Avicenna fra Europa e Oriente nel primo Cinquecento. L’interpretazio Arabicorum nominum di Andrea Alpago, a cura di Giorgio Vercellin, UTET, 1991




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