Pubblicato il 12 Dicembre 2025

Camminare sulla via Francigena. Identità e relazioni di un itinerario culturale

di Leonardo Porcelloni

Le vie storiche non sono rovine inerti. Restano dispositivi che configurano spazio, relazioni e pratiche, con ricadute su mobilità, paesaggi e governance locale, ben visibili nella loro pratica contemporanea del cammino. Fra gli itinerari culturali storici, la via Francigena è uno di questi organismi vivi: nasce come trama medievale di percorsi e, nel tempo, diventa paesaggio culturale, esperienza di viaggio, governance del patrimonio. Guardarla da vicino significa osservare come le società contemporanee riscrivono la mobilità e il senso stesso dei luoghi.

Fig. 1. L’odierno tracciato della Via Francigena come individuato dall’Associazione Europea delle Vie Francigene (elaborazione dell’autore)

Il volume monografico From historical perspectives to european cultural routes. Via Francigena, Heritage and Pilgrimage (Franco Angeli, 2025) intreccia sguardi storici, geografici ed etnografici. Non separa ieri e oggi, ma li fa dialogare. Perché le vie non finiscono con un’epoca: cambiano funzione, parole, pubblico. Restano però dispositivi che ordinano lo spazio, creano connessioni, producono identità. Per secoli la Francigena è stata e continua ad essere una rete, un territorio-strada. L’immagine della “linea” è una scorciatoia concettuale scivolosa. La via, in realtà, è polisemica: unisce e separa, apre e seleziona. Oggi, quando la si ripropone come itinerario culturale e turistico, il rischio è semplificarla. Il lavoro necessario è opposto: riconoscere stratificazioni, varianti, discontinuità, e tradurle in un’esperienza comprensibile senza appiattirle.

Qui entra in gioco il programma degli Itinerari culturali del Consiglio d’Europa. È un quadro che promuove reti tematiche e cooperazione tra territori, mettendo in dialogo ricerca, valorizzazione e fruizione. Nel caso della Francigena, questo quadro ha favorito la transizione da archivio storico a paesaggio in movimento con un orizzonte transnazionale: non solo un sentiero da percorrere, ma una piattaforma che comprende ospitalità, narrative, segnaletica, governance.

Pertanto, raccontare una via richiede più scale di analisi. La scala europea aiuta a cogliere la lunga durata, l’evoluzione delle reti viarie, gli scambi culturali. La scala locale fa emergere i dettagli: ponti, guadi, ospizi, edicole, mulattiere, campanili che funzionavano da riferimenti. È qui che un approccio microterritoriale diventa decisivo. Mappa i segni, ne verifica continuità e cambiamenti, ascolta gli abitanti, osserva come i luoghi vengono fruiti.

L’indagine sulla fruizione contemporanea del percorso, basato su questionari, interviste e metodi etnografici, restituisce pratiche, percezioni, forme di viaggio e dinamiche tra camminatori e comunità. Questo corpus empirico, dà spessore alla domanda su che cosa renda operante una via storica oggi. La risposta non è nel solo tracciato, ma nei processi di identificazione e inclusione del patrimonio e nell’insieme di relazioni che il territorio mette in moto. Dal punto di vista della mobilità storica, tali dinamiche sono state messe a fuoco con documentazione geostorica, lavoro sul campo e elaborazioni cartografiche rese dinamiche dalle analisi spaziali.

Il cammino impone una sequenza. Il mondo appare per tappe, con ritmi diversi da quelli a cui siamo abituati. È un’esperienza corporea e per questo cognitiva. Camminare riorganizza l’attenzione, avvicina ai bisogni principali e riassetta le priorità della vita, fa sentire le pendenze, restituisce una propria dimensione del tempo. È anche un gest, carico di simboli. Pellegrinaggio religioso e viaggio laico condividono oggi molte motivazioni: ricerca di senso, benessere, contatto con la natura, desiderio di condivisione e comunità. Le identità dei camminatori sono porose; la dicotomia pellegrino/turista semplifica. Pratiche e infrastrutture d’uso si sovrappongono, mentre differiscono motivazioni e percorso interiore, che si traducono in diverse modalità di fruizione dell’itinerario e del patrimonio.

“Pilgrim’s Garden”, Ostello La Vecchia Posta (Gallina, SI) (foto dell’autore)

Per chi accoglie, questa sovrapposizione è cruciale. Influisce sul modo in cui si organizza l’ospitalità, si comunicano le regole, si costruiscono aspettative. Nella ricettività a donativo, per esempio, contano la convivialità e l’ascolto. In molti casi, in quella che inizialmente appare una socialità effimera, in quanto il pellegrino spesso arriva nel tardo pomeriggio e riparte all’alba del giorno seguente, si produce communitas che lascia tracce. È una ricchezza, ma richiede cura.

Molti studi si collocano su un solo versante. O raccontano il presente, e allora la Francigena diventa soprattutto un prodotto turistico. Oppure restano nel passato, e allora il discorso si ferma alle fonti medievali, ai documenti, alle antiche strade. La forza di un approccio integrato sta nel mettere in relazione queste due dimensioni. La Francigena non è solo ciò che è stata, e non è solo ciò che oggi viene venduto come esperienza. È una costruzione collettiva in corso. Occorre dotarsi di strumenti critici per scongiurare due derive: un’impostazione lineare del patrimonio, incapace di cogliere la territorializzazione della via; la mercificazione del percorso, che prescinde dall’esperienza del cammino, elemento costitutivo dell’itinerario.

Qui le scelte di governance hanno un peso. Una rete che funziona disegna standard minimi, accompagna i territori meno attrezzati, coordina la comunicazione, misura impatti, investe in formazione. E tiene insieme temi spesso trattati separatamente: tutela dei beni, qualità dell’ospitalità, accessibilità per tutti, sostenibilità ambientale, manutenzione della segnaletica, sicurezza. La posta in gioco non è soltanto avere più camminatori, ma costruire un paesaggio di qualità, nel quale il cammino diventa occasione per ripensare servizi, connessioni, economie locali. Vi è quindi una tensione meno visibile: quella tra linearità e territorio. Privilegiare l’itinerario come semplice collegamento tra partenza e arrivo è limitante. È la trama di relazioni a dare qualità al percorso, comprendendo tracce laterali, borghi e luoghi dimenticati da studiare e integrare.

Ponte romanico di Groppodalosio (MS) (foto dell’autore)

Le analisi spaziali mettono in evidenza i pattern territoriali e le interazioni fra pratiche di mobilità, infrastrutture, patrimonio ed evoluzione dei paesaggi. Parlare di patrimonio lungo una via significa riconoscere un processo che va dalla selezione al riconoscimento, dallo studio alla restituzione fino alla fruizione. Questo processo varia in base agli attori coinvolti, alle conoscenze disponibili e alle sensibilità del tempo. L’inclusione di nuovi segmenti, la riscoperta di aree trascurate e l’attenzione alle testimonianze immateriali sono scelte che orientano la rotta futura. In questo quadro, la candidatura a patrimonio UNESCO non è un traguardo automatico, ma un esercizio di coerenza: richiede un racconto solido, confini motivati e una gestione all’altezza. L’etichetta non sostituisce la sostanza, anzi la rende più esigente. La qualità di un itinerario si misura nella capacità di far emergere e connettere i sistemi locali che il cammino riannoda.

La Francigena vive anche nell’immaginario. Fotografie, diari, social media, credenziali e timbri costruiscono un repertorio di segni che alimenta il desiderio di partire. Non è un dettaglio. L’immaginario orienta i comportamenti, seleziona i luoghi, crea stagionalità, genera aspettative. Lavorare su questo piano significa raccontare la via con misura, rispettando i limiti di fragili contesti rurali e di centri storici. Significa distribuire i flussi, proporre tempi lenti, valorizzare il fuori stagione, evitare la saturazione dei punti più celebri. Il racconto può educare. Può insegnare a sostare, non solo a passare.

Oggi, il pellegrinaggio resta una forma potente di mobilità e di fruizione territoriale. Può essere religioso o laico, ma quasi sempre è trasformativo (liminoide). Camminare per giorni decostruisce routine e ruoli. Sospende la fretta. Molti tornano sui propri passi e rifanno tratti già percorsi. Questo “dopo” ancora poco studiato è decisivo: cosa resta di un cammino quando si rientra. Come cambia il rapporto con i luoghi quotidiani. Quali pratiche si portano a casa? Indagare le traiettorie post-pellegrinaggio permette di cogliere meglio l’impatto culturale e psicologico del movimento lento, situandolo nel quadro della mobilità continua: una risposta contemporanea a un bisogno archetipico di movimento che attraversa le società.

Pellegrini in transito a Vignoni Alto (SI) (foto dell’autore)

Serve tenere insieme le differenze: dalle Alpi ai borghi, dalla costa ai grandi centri urbani, dalle campagne collinari ai boschi. La rete funziona quando queste differenze dialogano e il cammino opera come una grammatica comune che riconosce le specificità locali. Serve tenere insieme le differenze. È una geografia che si fa a passo d’uomo. Se esiste una sintesi, è la cura: delle tracce storiche, perché non si perdano; di chi attraversa, perché trovi accoglienza e senso; delle comunità residenti, perché restino protagoniste; del linguaggio con cui raccontiamo la via, perché non scada nello slogan ma orienti scelte consapevoli.

Le vie antiche, quando tornano a essere praticate, non chiedono di replicarne il passato; invitano a farne un laboratorio di futuro. Camminare assume così una valenza insieme civica e culturale: costruisce reti di responsabilità e restituisce profondità allo sguardo sui territori. In questo quadro, la Francigena rappresenta un test significativo europeo nel Programma degli Itinerari culturali del Consiglio d’Europa, dimostrando che la mobilità può essere un bene comune capace di produrre sinergie e nuove narrazioni territoriali in movimento.

Leonardo Porcelloni

Immagine di apertura: È il labirinto inciso sul Duomo di Lucca, circa XII-XIII secolo, elemento caratterizzante del pellegrinaggio che si trova in più occasioni lungo i nodi insediativi sulla Via Francigena,

 

Per approfondire quest’argomento: Leonardo Porcelloni ha pubblicato From historical mobilities to european cultural routes. Via Francigena, Heritage and Pilgrimage, Franco Angeli editore, 2025

Leonardo Porcelloni è docente di Geografia Umana all’Università di Genova, biografia e pubblicazioni qui

 

 

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